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Storie di ciliegie e detenuti venerdì 13 giugno, 2008

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Caro lettore,

ritorno al mio blog con ritardo non per disinteressee, ma perchè sono impegnato nellla scrittura del mio secondo romanzo. Sottrarre energia alla scrittura del libro, se pure per offrire un post, mi sembra ingiusto nei confronti della nuova storia che sto preparando e di chi la leggerà. Forse i miei post si diraderanno, ma non è mancanza d’ amore nei tuoi confronti.

 

Il tempo della narrazione e della vita è quanto maggiormente colpisce i lettori del mio romanzo in libreria. Dopo le prime presentazioni e con il diffondersi de “Il cane e l’ arte del volo a vela” incomincio a raccogliere le prime impressioni di coloro che hanno avuto modo di leggere questo mio esordio letterario. In molti mi riferiscono di aver particolarmente gradito il ritmo lento della narrazione. Una sorta di paradosso nel mondo della velocità, tanto che qualcuno (vedi la recensione di Gabriele Bojano sul Il corriere del Mezzogiorno scaricabile nella mia rassegna stampa) ha parlato di libro antistress.

Sono brutale, non è il mio racconto ad essere antistress è il mondo moderno ad essere stressato, ma in un curioso relativismo causa-effetto capisco che la lettura del mio testo possa risultare particolarmente, e mi dicono piacevolmente, rilassante. Quando ho messo mano al foglio bianco mi sono imposto di raccontare dei ritmi della natura, e se il lettore coglie a pelle lo stridio tra il tempo della modernità e quello dei cicli dell’ universo vuol dire che il mio tentativo, bene o male, è riuscito. E ne sono, sinceramente, orgoglioso.

D’altra parte, ho voluto fare di un cane il protagonista silenzioso del mio racconto, proprio perché sono convinto che le amicizie canine difficilmente si lasciano pervertire dal mondo moderno e ci riflettono (e a volte addirittura ci rivendicano) l’essenza biologica ed animale della nostra esistenza. In un mondo che vuole dominare il tempo, rompendo i cicli della natura, illuminando di giorno la notte e fornendoci le ciliegie in pieno inverno, chi ne soffre è la nostra natura più profonda, quella che ci portiamo dentro da centinaia di migliaia di anni, da prima ancora di conquistare la posizione eretta. Non è un caso che la società più veloce e ricca, parlo degli USA, quella che ha il PIL più imponente ed il predominio tecnologico sul mondo, mostra nelle statistiche quasi la metà dei suoi abitanti fare ricorso abituale agli psicofarmaci.

Il mio racconto è un racconto contro il malessere e lo è perché dice di cose banali: un tizio che si impone di coltivare le proprie passioni e, quindi, sé stesso. E coltivare, come tutte le discipline, ha dei tempi dati. Quelle che maturano in inverno, senza aspettare il giugno di ogni anno, non sono ciliegie, ma mostri, per giunta insapori. Il mio protagonista cerca di diventare quello che è, restaurando il suo aliante e  curando il suo cane, e lo fa con gli occhi all’arco che il sole compie nel cielo nel corso dell’ anno.

Nelle nostre moderne città, le prospettive del cielo sono così soffocate dai palazzi che difficilmente riusciamo a renderci conto della semplice presenza del sole, figuriamoci se possiamo valutarne l’ altezza e la posizione rispetto al sud. Guardando il sole per migliaia di anni gli uomini si sono orientati, per navigare, per coltivare e per organizzare le cose da fare nell’ arco del giorno. Erano uomini che avevano una prospettiva di sé e dell’ universo, oltre che paesaggi e distanze da ammirare. La nostra vista, nelle ristrette prospettive delle case, degli uffici, dei tunnel delle metropolitane soffre, come soffre la nostra anima(lità). Uno studio sulla popolazione carceraria dice che la vista dei detenuti deteriora rapidamente ed ineluttabilmente. Occhi fatti per godere del mondo non possono sopravvivere nella costrizione delle celle, degli ambenti chiusi e dell’ illuminazione artificiale. E se le cose stanno così, capisco perché il mio libo è antistress e perché  quasi un americano su due affida alla chimica la propria felicità.      

Internet ucciderà i libri se ucciderà l’uomo mercoledì 7 maggio, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Internet ucciderà il libro? Una bella domanda, ed un cruccio non da poco per chi come me ha appena pubblicato il suo primo romanzo. Sono salito su un treno ormai al capolinea e presto dovrò inventarmi un nuovo mestiere? Sinceramente non credo.

Dal papiro ai caratteri mobili di Gutembreg il libro ha cambiato aspetto, ed ha continuato a farlo fino ai giorni nostri. Di certo la carta, la stampa e la rilegatura del mio abbecedario erano radicalmente diverse da quelle del mio “Il cane e l’arte del volo a vela”, e probabilmente in quello che mi resta da vivere vedrò innumerevoli altre evoluzioni. Forse scomparirà la carta o forse avremo dei video di simil carta che evidenzieranno un testo digitale e ci daranno la sensazione di avere ancora a che fare con le nostre amate pagine cartacee. Forse avremo a casa delle stampanti così sofisticate da stamparci e rilegarci in pochi minuti un testo che abbiamo acquistato in forma elettronica sul web. Forse il libro elettronico e la lettura su schermo saranno per le prossime generazioni la normalità e a nessuno di loro verrà nostalgia della carta, come a nessuno di noi e rimasta traccia della benché minima nostalgia dei testi degli amanuensi o delle tavolette cerate. In ogni caso credo che non finirà mai la voglia di scrivere storie e di leggerle.

La rivoluzione digitale è sì un cosa di portata epocale, ma continua a non interessare l’ essenza dello scrivere e del leggere. Cambiano i supporti ed i metodi di distribuzione e questo può interessare gli editori e la parte pratica del mestiere dello scrittore, ma – ripeto – esisteranno sempre autori di cose scritte e lettori a sufficienza.

Di mio non sono un entusiasta d’ufficio delle innovazioni, ma neanche un reazionario ideologico. Sono convinto che l’immensa accelerazione tecnologica degli ultimi decenni porta con se immensi rischi e, in fondo, il mio romanzo non è stato altro per me che un’occasione per riflettere su queste cose.  Ma sono altrettanto convinto che il rischio non sia nella tecnologia in se. Che ci piaccia o no siamo gli unici animali tecnologici del pianeta. E lo siamo da sempre. La clava, le pelli di animali ed il fuoco sono stati, prima ancora della ruota, la nostra risposta alle sfide dell’ ambiente. Il tecnologico sta all’umano come il fiuto al canino, tanto per fare un esempio coerente con la storia del mio romanzo. Ed, in quando connaturata alla nostra stessa essenza, la tecnologia in se non può essere un pericolo. Il rischio è altrove. E’ nell’organizzazione sociale ed economica che sottende ed impiega la tecnologia.

Fino a quando la tecnologia è espressione della nostra capacità di rispondere alle nostre esigenze non credo che ci siano timori di sorta. E’ quando la tecnologia impone se stessa o suscita esigenze altre, quali possono essere quelle dell’ economia e del mercato sfrenato, che i problemi sorgono, eccome. Uccidere animali per cavarne le pelli o per nutrirsi non è mai stato un problema, indipendentemente dal fatto che le soluzioni tecnologiche per la caccia e la conservazione fossero la clava, la lancia, il fucile, il fuoco, il sale o il frigorifero. Il problema è quando si sterminano intere specie per star dietro alle mode o per mantenere in piedi un sistema economico che per natura deve crescere di qualche punto di PIL all’anno, altrimenti entra in crisi.

Il capo Seattle rispondeva cosi al presidente americano Washington  che nel 1854 proponeva di acquistare le terre indiane : «Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poichè ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all’ uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinchè i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi».

Non che gli indiani non avessero tecnologie è che queste tecnologie erano inserite in una cultura che non avrebbe mai consentito un’innovazione fine a se stessa o che un’innovazione distruggesse il tenue equilibrio del tutto. Noialtri, invece, abbiamo messo in piedi una cultura priva di questi anticorpi. Un esempio: l’ ascensore e la palestra. Abbiamo inventato il primo per non stancarci a fare scalini e l’altra per consumare le calorie in eccesso che accumuliamo in una vita sedentaria nella quale non muoviamo più un muscolo neanche per camminare. Non so da che parte prenderla, ma una delle due invenzioni è inutile. O sono entrambe utili, a mantenere in piedi un meccanismo sociale basato sulla produzione. Una produzione dissennata che sta svuotando un pianeta per ricoprirlo di rifiuti (non solo a Napoli).

Sì, ma tutto questo che cosa ha a che fare con i libri ed internet?  Molto più di quanto appaia a prima vista. Internet non ucciderà i libri fino a quando non distruggerà la voglia di leggere storie. Anzi, ne sarà un valido alleato. Facilitare la distribuzione dei libri (siano essi cartacei, digitali o di chissà quale altra natura), farne conoscere l’ esistenza e favorire il dibattito su di essi sono straordinarie opportunità offerte dalla rete.  Il rischio è di altro genere e sta nella immensa capacità del web di offrire informazioni e opportunità di intrattenimento. Una cornucopia che potrebbe imporsi agli occhi degli utenti come una ulteriore realtà, se non addirittura come la realtà, specie se questo va nella direzione dell’ interesse economico e del mercato.  Internet è un medium, cioè un mezzo, un ponte che deve mettere in collegamento il singolo con il mondo. Se la rete si sostituisce al vivere, all’ esperienza reale, al mondo quale è e noi dobbiamo conoscerlo, il rischio è di morire folgorati nel cortocircuito. Solo chi ha voglia ed esperienza della vita reale legge i libri e le sue storie. E’ un atto naturale riflettere nella letteratura il proprio vivere. Chi non vive, perché magari ridotto a mero meccanismo di consumo, non ha nemmeno voglia di leggere (o di scrivere).   

Il pericolo è il nostro mestiere giovedì 17 aprile, 2008

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Oggi mi iscrivo ad un corso di micologia e, pregustando le lunghe passeggiate in cerca di funghi col mio cane, non vedo l’ora di incominciare. Ma al di là del cane, c’è qualcosa che mi attira nell’imparare a riconoscere quegli strani e pericolosi figli del bosco. E’ il fatto di misurarmi con qualcosa di potenzialmente letale, e non perché sia un aspirante suicida.

Una volta, prima che i nostri simili imparassero a coltivare, il nostro fiuto non aveva nulla da invidiare a quello di un cane. Era un fatto di necessità: a fiuto si poteva tentare di discernere le cose commestibili da quelle velenose. Poi, imparate le tecniche di coltura, quell’attitudine è diventata marginale ed il senso dell’ olfatto si è ridimensionato. Non che voglia riconoscere i funghi a naso, ma l’idea di affidare alle mie conoscenze una pratica che può ritorcersi contro me stesso mi dà una botta di vitalità ancestrale.

Signori cari, volete mettere il gusto, in piena era dei supermercati dove il procurarsi il cibo è un mero fatto mercantile, di andare in cerca di cosa mettere sotto i denti, correndone i relativi rischi. E’ come per un leone in gabbia ritornare a sgozzare le gazzelle. E non tacciate di crudeltà questa mia similitudine. Certo, il colpo mortale del re della savana è impietoso, ma è legittimato dall’altrettanto impietosa velocità della gazzella. Non c’è nulla di gratuito in quei comportamenti, ma solo l’ ineluttabile sottomissione alla norma che regge la natura: mangiare ed essere mangiati.

Capisco che in un mondo dominato dalle diete si sia persa la radice etica del verbo mangiare, ma è proprio quella che voglio recuperare. Un verbo che ha a che fare con la sopravvivenza e che sottende il pericolo di morte. I funghi sono pericolosi, come la savana ed il mare aperto. Altro che il banco della verdura lavata ed impacchettata, troppo simile alla sicurezza di una gabbia o di un acquario.      

La macchina del tempo martedì 15 aprile, 2008

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Oggi ho visto un vecchio orologiaio alle prese, lente nell’ occhio destro, col movimento di un Perseo a carica manuale del 1965. L’uomo aveva quasi una novantina d’anni, ma con piglio ha avuto la meglio di quel meccanismo fermo da troppo tempo.

Ho sempre provato un grande fascino per i banchi degli orologiai, per quegli ingranaggi infinitesimali smontati e messi  riparo dalla polvere e dagli smarrimenti accidentali sotto piccolissime campane di vetro. Ho sempre provato invidia per chi riesce a districare la logica di quei meccanismi e ne controlla con precisione assoluta i movimenti ed il battito, quasi fosse l’architetto di un cuore tecnologico in grado di riprodurre, a modo suo, una vitalità.

Forse la vista di quel vecchio è stata una delle immagini più belle colte nel corso della mia esistenza. Mi sembrava quasi una figura mitologica.

L’uomo che controlla il tempo non può che essere un vecchio. Un giovane per natura è portato a disprezzare il tempo, a non averne cura. Non solo ne ha tanto a disposizione, ma soprattutto non può coglierne la sua essenza circolare, proteso com’è ad affermare la propria personalità. A vent’anni il proprio tempo non può che essere una lancia, tesa e veloce nel cogliere il bersaglio. Un tempo lineare che va verso qualcosa. E’ alla mia età che s’intuisce la circolarità del tempo. Da poco ho scoperto la mortalità dei miei genitori e la irrefrenabile vitalità di mia figlia. Se volete sono nel punto mediano dell’arco di un pendolo, un luogo equidistante dall’ inizio dell’ oscillazione e dall’ istante in cui per un momento impercettibile la sua massa si fermerà, per dare inizio ad una nuova oscillazione.

E’ da questo punto che s’intuisce qualcosa di difficilmente comunicabile che segna il passaggio da un’idea del tempo lineare ad una, ben più concreta e reale,  di tempo circolare.  Le mete dei miei vent’anni – raggiunte o non raggiunte che siano, conta davvero poco – mi appaiono per quello che sono: non punti di arrivo e definiti, ma passaggi di una realtà dove tutto scorre, passa, per poi ineluttabilmente ritornare. Basta guardare il quadrante di un orologio per averne la prova inconfutabile. Al di là degli stili e delle mode, il suo moto è circolare, il passaggio su un punto segna il mezzogiorno e la mezzanotte per poi ritornare nello stesso punto a segnare un nuovo mezzogiorno e così avanti, all’ infinito, oltre la mia età, oltre quella del vecchio orologiaio, oltre l’età ed il tempo di chiunque.  Bisogna avere anni sulle spalle per intuire che si è parte e non protagonisti  di questo meccanismo, ed ancora di più per prendersene cura.   

Socrate al cinema martedì 1 aprile, 2008

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Ogni tanto bisogna andare dal medico. Non tanto per farsi necessariamente curare da qualcosa, quanto piuttosto per poter beneficiare delle riviste consunte della sala d’attesa. Si tratta, di solito, di settimanali vecchi di almeno un anno, e proprio per questo, assolutamente impedibili. Sono una macchina del tempo, un replay del nostro vissuto recente, che ci consente di scovare qualcosa di sostanziale che ci era sfuggito nel flusso continuo ed indefinito dell’ informazione.

Ieri mi sono imbattuto in un numero di Panorama vecchio di un paio di anni. Meraviglioso: portava in copertina la storia di uno scienziato che aveva formulato la teoria del parassitismo del genere umano. Provando a volgarizzare, la sua tesi era la seguente: gli uomini sono parassiti di un organismo più complesso quale è la terra. Vivono a suo danno, ma la fine ineluttabile di ogni rapporto parassitario  è il deperimento dell’ organismo ospitante con la conseguenza che il parassita deve andare in cerca di un altro organismo da sfruttare. Ammesso che lo trovi.

Un’analisi impietosa del disastro ambientale provocato dall’ uomo, che trova un’implicita conferma della sua fondatezza nel fatto che, da un po’ di tempo, si parla di colonizzazione di altri pianeti. Insomma, svuotato il primo, andiamo in cerca di altri (che si tratti di animali a cui succhiare il sangue o di pianeta cambia poco).

Una cosa che non diceva l’ articolo, ma che appare evidente, è che il rapporto parassitario necessita di un altro. Non si può essere parassiti di se stessi.  Per instaurare il proprio rapporto di sfruttamento a danno della terra l’ uomo deve sentirsi  altro da essa. Noi – ormai da troppo tempo – non siamo più parte del nostro pianeta, ma altro, tanto che fantastichiamo su altri mondi ed altre vite (trascendenti e non extraterrestri – ma forse è lo stesso -), per giunta senza che la cosa venga presa, nel comune buonsenso, come evidente manifestazione di alienazione e di follia.

Ci siamo spogliati del nostro essere tutt’uno con il nostro pianeta, inseguendo il sogno infantile dell’ individualismo. Ricordate Socrate? Si quello del “Conosci te stesso”, messo a morte dalla sua Atene perché reo di aver introdotto nuove divinità. La divinità dell’ individuo in una società dove uno e tutto erano la stressa cosa. Una divinità ovviamente ritenuta pericolosa e colpevole per la polis. Una divinità, come detto, infantile.

E’ l’infante che ha bisogno di conoscere se stesso e, crescendo, di farsi un nome. Ma giunti all’ età matura è necessario spogliarsi lentamente del proprio nome e dell’ io che lo che lo sottende. Dice bene Gaber: la parola io è l’ immagine struggente del Narciso, di colui che specchiando la propria immagine sull’ acqua non conosce il mondo, non è parte, ed è condannato al suo ineluttabile destino mortale.

Sinceramente, non salva dall’errore di Narciso nemmeno l’idea di una sopravvivenza trascendente, sia essa nel regno dei cieli o su questa terra dopo il giudizio universale. Trattasi ancora di narcisismo, magari sofisticato, ma sempre e solo di narcisismo. Nella promessa del regno ultraterreno o delle anime che ritroveranno i propri corpi non c’è altro che l’arguzia logica per salvare l’ individualità, l’ io.

Personalmente, dopo la mia morte, non voglio vite altrove, né riconquistare il mio corpo per l’ eternità. Voglio dissolvermi, voglio che la mia individualità scompaia, che il mio io si mostri per quello che è: un precario ed infantile stratagemma per iniziare a conoscere il mondo. Una volta svelato, nella sua interezza il mondo è tutto e non prende in considerazione gli individui, non li contempla. Sono istanti necessari e sfuggenti del suo divenire.

Socrate – se all’ epoca della polis fosse esistito il cinema – avrebbe preso doppia razione di cicuta: anche per aver scambiato il fotogramma per il film.    

Solo Argo può salvare l’ Ulisse moderno martedì 25 marzo, 2008

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Ho visto la fierezza di un capo branco e la forza vitale di un essere libero, uno schiaffo alla mia delicata natura di uomo incivilito. Grazie ad un amico ed alla sua ora di ritardo all’ uscita di Contursi della Salerno-Reggio Calabria. E’ lì che avremmo dovuto incontrarci alle 11 per andare a pranzo in un agriturismo della zona. Invece, per più di un’ora l’ ho atteso, osservando un branco di cani randagi distesi sull’ erba di uno spartitraffico. A capeggiarli era un pastore tedesco di quattro-cinque anni con un collare verde che sembrava il segno esteriore della sua superiorità, il grado dorato di un comandante alla guida dei suoi uomini.

Per qualche minuto ho pensato al profondo tradimento patito da quell’ animale certamente abbandonato (magari per una settimana di vacanza in qualche villaggio turistico con tanto di animatore), ho provato sdegno per il vilipendio del patto cane-uomo (l’unico rapporto etico esistente in natura, quello per il quale si smosso il poeta cieco dell’antichità), ed ho patito per lui gli stenti della vita randagia. Poi la fierezza del suo modo di fare, non solo mi ha rincuorato, ma mi ha  dato una lezione di vita, come non ne ricevevo da tempo.

Nei muscoli, nello sguardo e nelle movenze di quell’animale ho ritrovato un’unità tra corpo e spirito che da tempo ha abbandonato l’umanità. Quel cane ed i suoi compagni di vita erano dei Bronzi di Riace viventi. Ho ripensato al mio professore di filosofia di primo liceo classico che, a proposito delle due statue ritrovate al largo della cittadina calabra, parlava di unità tra fisicità ed eticità. Per dirla in prole povere: i bronzi di Riace rappresentano uomini belli e buoni. Di più: in quelle forme di bronzo non c’è la banale coesistenza tra qualità fisiche e morali, né tanto meno corpo e spirito si fondono soltanto. Fisico e spirito sono la stessa cosa. Un concetto arduo per noi uomini moderni per i quali l’anima ha abbandonato il corpo o al massimo è condannata ad una vita autonoma in una non meglio specificata trascendenza.

Invece l’anima è il corpo, il suo alito vitale, il suo essere tutt’uno con la natura. Quel cane era lì a ricordarmelo ed a sbeffeggiare la mia condizione incivilita e perversa che riesce a concepire il poeta gobbo e l’ atleta stupido. Figure di decadenza in un mondo contemporaneo decaduto.

A metà della mia attesa è scoppiato un vero e proprio nubifragio. Alle prime avvisaglie di acqua a catinelle, il fiero capo branco ha guidato la sua muta verso il riparo di un cavalcavia, senza farsi prendere da alcuna agitazione. Sotto i colpi degli elementi il branco procedeva fiero, un vero proprio schiaffo a me ed alla mia famiglia, goffamente corsa i macchina per paura di un raffreddore o di danneggiare i nostri bei vestiti da scampagnanti del lunedì di pasquetta.

Non c’è da dire: Argo è sempre lo stesso, è Ulisse a non avere più le palle per andare incontro ai flutti del mare e dell’esistenza.        

Il mio Tibet martedì 18 marzo, 2008

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Confesso: conosco molto poco del Tibet, ma non così poco da non poter provare profonda simpatia per quel paese e la sua gente. Una vicinanza antica, fatta più di impressioni che di conoscenze razionali: una simpatia, appunto.

Le drammatiche e scarne immagini che denunciano la repressione, la caccia al monaco e la violenza che si stanno consumando in questi giorni non solo hanno amplificato il mio sentimento e suscitato il mio sdegno, ma – cosa più importante – mi hanno riflesso amare considerazioni sul nostro tempo.

E’ questione di abiti e, è il caso di dirlo, di monaci.

Come è consueto, repressi e reperessori vestono abito diversi: tuniche arancione i primi e tute mimetiche bluastre i secondi. Le prime – pur nella scarsa definizione delle immagini riprese in buona parte dai telefonini – sembrano scintillare i vitalità. Una vitalità dimessa, monastica, antica. Le seconde evocano efficienza e modernità. La Cina è un paese che rincorre l’ occidente ed il suo mito del progresso, ed anche le divise dei suoi poliziotti non possono non  essere del tutto simili a quelle di un ipertecnologico marine.

Sarà una banale questione di abiti, ma mi sembra una metafora ben calzante della realtà, dell’ andazzo contemporaneo che sacrifica colori e tradizioni in nome della efficienza e della omologazione della società industriale e consumistica (proprio quello che la Cina è diventata).

Tutto questo mi ricorda la mia esperienza in Kosovo a cavallo della cosiddetta guerra umanitaria messa in piedi dall’ occidente (industriale e consumista).

La prima volta che sono arrivato in quel paese arretrato ed agricolo –poco prima della mobilitazione militare -, ho provato grande curiosità per due oggetti che facevano parte della quotidianità della gente kosovara. Si trattava di un copricapo e di un macinino per caffè. Il primo era una specie di zuccotto di lana cotta bianca che tutti, proprio tutti, gli anziani indossavano. Il secondo era un macinino di ottone che in qualche modo mi ricordava un minareto stilizzato, usato in tutte le famiglie per preparare un caffè alla turca del quale mi è rimasto ancora in bocca il senso farinoso della sua posa.

Io ero lì come giornalista, ma alla fine della mia missione non ho mancato di portarmi a casa due ricordi del posto: lo zuccotto ed il macinino.

Ho seguito per mesi dall’ Albania  le vicende kosovare, la guerra e la “liberazione”, ma per una strana coincidenza ho rimesso piede in Kosovo solo diversi mesi dopo l’ inizio dell’ amministrazione internazionale della regione. Al mio ritorno non ho quasi più trovato traccia dei miei copricapo e dei miei macinini. I mercati, immediatamente invasi di merci occidentali e resi opulenti dall’ immensa quantità di danaro riversato dalle organizzazioni internazionali, dai governi e dalla malavita organizzata, erano diventati tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo conosciuto. Era estate, e prodotto assolutamente best seller erano i condizionatori. Per il caffè imperversavano  le macchine a pressione (quelle simil-bar, per intenderci) e in quanto ai copricapo di lana cotta, erano spariti e non per colpa della calura estiva. Il Kosvo scimmiottava con la sua fatua ricchezza (in realtà è rimasto un posto poverissimo) il mondo industriale e consumista, a partire dal modo di fare il caffè.

In quello sradicamento delle tradizioni ho sentito la stessa violenza che oggi intuisco nelle immagini che vengono dal Tibet. Al di là della politica, negli sfollagente della polizia cinese ci ritrovo tanta della mania modernizzatrice, omologante e consumistica dell’ occidente  (se vogliamo la stessa che promuove e si promuove nella scintillante vetrina delle Olimpiadi). E’ questione di abiti. Per formazione non ho antipatia ideologica per le divise militari (sono ex allievo della scuola Militare “Nunziatella”), ma fino  quando non finirà il massacro tibetano voglio indossare qualcosa di arancione. Sarà la mia tonaca. Il mio cercare di preservare il senso dell’ appartenenze a delle tradizioni. Non sono tibetano, ma le mie radici amputate dalla modernità fanno male, come i colpi di sfollagente.         

Sono un pollo di batteria, non un pescatore domenica 16 marzo, 2008

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Oggi sono andato a pesca. Una parentesi di riposo in compagnia del cane dopo le fatiche della presentazione del mio romanzo. Quattro ore sul fiume Tanagro armato di canna, coda di topo e mosche artificiali.

Mentre io frustavo l’ acqua, tentando di migliorare la mia tecnica di lancio (sono assolutamente neofita di questo tipo di pesca), il mio cane scorrazzava lungo la sponda, intento a godersi il sole e l’ aria quasi primaverile. La battuta si è risolta in un capotto totale, con una sola abbocccata, persa dopo pochi secondi di combattimento.Merito, o colpa, degli ami no kill senza ardiglione e della mia inesperienza. Complimenti alla trota!

Anche il mio cane ha tentato di cacciare qualche piccola preda, ma io, in onore della filosofia no kill, l’ho fermato un paio di volte prima che la sua bocca colpisse nel segno.

Certo,  il cane ed io ci siamo potuti permettere questo lusso grazie all’ immenso benessere  del mondo moderno, e al fatto che nella divisione sociale del lavoro c’è qualcuno che caccia e pesca sul serio al posto nostro. In altre epoche, l’ istinto di predatore del cane e la mia abilità di pesca sarebbero state le uniche possibilità a noi offerte dalla natura per non morire di fame.

E proprio in questo ho trovato, se vogliamo, la contraddizione della mia scelta di liberare i pesci che eventualmente catturo. Una scelta ambientalista, certo, ma l’ ambientalismo serve e si giustifica nel momento in cui si è perso l’ ambiente. Limite di tutti gli “ismi”, ma soprattutto frutto di un mondo moderno che ha talmente alterato gli equilibri di natura da rendere necessario, eticamente corretto ed anche auspicabile un comportamento stupido, quale quello di pescare e ributtare le catture in fiume.

La devastante produttività del mondo moderno permette a me di essere così “non violento” nei confronti di un altro animale ed addirittura mi permette di imporre la mia non violenza al mio povero cane, che d’ istinto è un predatore.

In realtà, i meccanismi che ci permettono di avere ogni giorno cibi in quantità e varietà impressionanti sono immensamente più violenti delle catture che, cane e padrone, avremmo potuto fare oggi. Violenza sull’ ambiente, sui suoi meccanismi e sui suoi abitanti, uomo compreso. La nostra capacità di produrre sta svuotando il pianeta e quello che è peggio è che è una produzione fine a se stessa e non finalizzata all’ uso. Si produce per mantenere in piedi l’apparato produttivo, come in una giostra autoreferenziale. In questo inseguimento della produzione consumistica siamo, noi uomini, diventati automi, completamente avulsi dallo stesso amiente che stiamo distruggendo.  La modernità ci ha ridotti a polli di batteria e nella mia pratica non kill, in fondo, non c’è null’ altro che il comportamento masturbatorio dell’ animale in cattività.

La modernità mi ha tolto tutto, compresa la mia natura di pescatore. Un pescatore pesca e non libera in acqua (altrimenti diventerebbe un pescatore morto), il pescatore rientra in un equilibrio complessivo che consente a lui di sopravvivere (o morire di fame se non è sufficientemente bravo) e ad un numero sufficiente di sue potenziali prede di sopravvivere alle sue astuzie per riprodursi e tirare avanti la specie. Tutto questo si è rotto, molto prima che io decidessi di andare a pesca questa mattina. Abbiamo devastato l’ ambiente e noi stessi. Ed il mio stupido comportamento – per giunta imposto anche al cane – è solo l’inutile agitarsi di un naufrago perso nei gorghi del più dissennato dei sistemi di produzione.     

Il mio libro è uscito e mi ha lasciato solo a casa giovedì 13 marzo, 2008

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presentazione1.jpgE’uscito il mio primo romanzo e ieri, in anteprima , l’ ho presentato a Milano. Una bella serata a Spazio Tadini che per me è stata come se fosse il ballo d’ingresso in società di mia figlia. Appena terminata la presentazione – una piacevole chiacchierata sul libro, sulla tecnologia, sul mestiere del giornalista e sull’arte del vivere portata avanti con i miei passati direttori  Giorgio Rivieccio e Giancarlo Santalmassi – ho avuto chiara la sensazione che il mio “Il cane e l’arte del volo a vela” vive, ormai, una sua vita autonoma.

Nel corso della serata saranno state vendute poche decine di copie e ad ogni acquirente sarà capitato di sfogliare poche pagine. Frammenti di un pubblico potenziale e di una lettura integrale che, però, non hanno mancato di riflettermi le prime impressioni dei lettori. E proprio in questo ho percepito la acquistata autonomia di quanto ho prodotto.

Nei commenti, nelle riflessioni, nelle emozioni che mi sono stati comunicati ho visto chiaramente che il testo ha incominciato ad adattarsi ai singoli lettori, abbandonando ineluttabilmente quella che fino ad ieri era stata la sua unica chiave di lettura: quella immaginata, cercata e creduta dal suo autore, cioè me.

Fino ad ieri quel testo aveva avuto un unico ritmo di lettura (il mio), un’unica voce (la mia), un unico mondo di riferimento (io mio), ma sono bastati pochi minuti delle curiosità altrui per dare la stura ad un turbine di nuove sensazioni, diverse e per me impreviste ed inedite.

Il mio libro non ha più un autore, ma dei lettori. E’ uscito da casa mia per andare da solo in giro per il mondo. Ha un bel vestito ed è stato tirato su bene. Quella di ieri è stata una bella festa. Ma alla fine della serata sono stato io a ritornare da solo a casa.

Auguri al mio libro ed al bel cane che porta in copertina.

Grazie a Giorgio e Giancarlo per le loro parole ed al nostro comune amico Francesco Tadini per l’ ospitalità. Lo faccio anche per il libro, che non ha avuto neanche il tempo di ringraziare. Per pochi o tanti che saranno aveva i suoi lettori da raggiungere.

Il giornalismo è morto, o perlomeno gode di pessima salute. sabato 8 marzo, 2008

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 Ieri ho letto un’intervista ad un mio ex direttore che da qualche anno fa l’ autore di ameni programmi televisivi di grande successo. E’ passato dall’informazione al “Grande Fratello” e qualcuno gli imputava la cosa come una colpa.  Con grande lucidità, sua dote indiscutibile, il mio ex direttore  confutava l’accusa. Il suo ragionamento, più o meno, era: l’ informazione non esiste più, esiste la comunicazione. Esiste il flusso indefinito di immagini e di dati che avvolge il mondo, ed in questa giostra l’ unico messaggio che passa è quello dello spot, per definizione superficiale e non analitico. Se questo è il mondo, piuttosto che ripetersi nella liturgia ormai priva di senso di un giornalismo che sempre più riflette acriticamente i comunicati stampa, tanto vale darsi alle scatole di Bonolis ed alla traduzione italiana dei format stranieri. D’altra parte, i comunicati sono redatti dai consigli di amministrazione delle aziende e dai gruppi di potere, gli stessi che di solito investono in spot. E, allora, tanto vale accontentarli in forma esplicita, si guadagna in correttezza e dignità.

Non so se condividere l’abdicazione, ma il ragionamento non fa una piega.  Da quando ho iniziato questo mestiere, che al di là di tutto ha molto nobilitato e mobilitato la mia esistenza, le cose sono profondamente cambiate. Io ho assistito agli ultimi giorni nei quali era possibile andare a caccia di notizie. Le agenzie di stampa erano un lusso dei grandi giornali ed il sottoscritto, baldanzoso apprendista in cronaca locale, le notizie le doveva cercare. I comunicati ed i fax esistevano, certo, ma esisteva ancora un minimo di rapporto diretto e presonale con le fonti. Oggi che anche il più sgangherato consigliere comunale di paese e l’ultima associazione bocciofila hanno il loro ufficio stampa, o perlomeno la possibilità di gestire un sito web ed inviare migliaia di mail in un secondo, che bisogno c’è di avere rapporti diretti? Oggi che anche la meno tecnologica delle casalinghe ha la possibilità di filmare e mettere su You Tube le immagini dell’ incidente stradale capitato sotto il suo balcone o che milioni di blog dissertano sugli argomenti più impensati, che senso ha andare in giro per il mondo a vedere e raccontare cosa succede?

Per troppi anni ci siamo limitati a riflettere quanto le agenzie di stampa ci mandavano, approfittando del nostro monopolio del fax e del telefono. Ed oggi che la diffusione della rete rompe il nostro privilegio tecnologico, rendendo  tutti, ma proprio tutti, capaci di produrre e diffondere informazioni, il nostro mestiere rischia di diventare superfluo, o, peggio, pura tappezzeria. Certo, tra i nostri compiti professionali non c’èra il solo diffondere informazioni, ma – oserei dire soprattutto -  anche verificarle ed analizzarle sulla scorta della nostra coscienza e cultura. Purtroppo, verifica ed analisi sono diventati sempre più optional nel nostro lavoro quotidiano, per nostra pigrizia, per carenza di tempo, e per felice volontà degli editori che nel copia ed incolla – tra l’ altro reso sempre più comodo dal computer – hanno trovato il modo migliore e più economico per riempire pagine (o minuti) da imbottire di pubblicità.

E così, nell’epoca della rete, in nostro mestiere rischia di scomparire. A meno di non riscoprire il travaglio usato della verifica e dell’ analisi. In un flusso indefinito di comunicazioni e di comunicatori c’è, forse, ancora più bisogno di chi verifica ed analizza le notizie. In un mondo nel quale tutti comunicano con tutti, per noi altri l’ unica possibilità di sopravvivenza è fare informazione. Senza abdicare.