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Vecchio lavoro da cinesi Venerdì 8 Febbraio, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Ieri ho visto un documentario sulle condizioni di lavoro degli operai dell’ industria tessile cinese. Informato e poetico, meraviglioso. Raccontava la storia di una quindicenne di una provincia agricola emigrata in una zona industriale per lavorare, anche più di venti ore al giorno, alla rifinitura dei blue jeans.

La diaspora industriale cinese sradica ogni anno oltre cento milioni di contadini, desinati a diventare la manodopera a bassissimo costo che alimenta il boom produttivo del pirotecnico paese asiatico ed il mercato globalizzato in cerca sempre del maggior numero di merci a prezzi sempre più bassi.

Dopo mesi di duro lavoro, con paghe inferiori ad un euro al giorno, la ragazzina si avvicinava al capodanno con la consapevolezza di non avere i soldi per il biglietto del treno per andare a trascorrere la festività con la famiglia. In quella malinconia, ricordava le consuetudini di casa per l’ inizio del nuovo anno: il padre che cucinava una ricetta rituale, la madre che le cuciva un vestito nuovo e lo zio che si ubriacava. Cose che, in una perfetta consapevolezza contadina, le scandivano il tempo e le davano un senso di appartenenza.

La cinesina era stata derubata del tempo (non solo quello che le mancava per dormire) e dell’ appartenenza. Lei, piccola perla della collana che da sempre unisce gli individui al tutto era stata isolata, sciolta dalla catena, per finire nelle catene della modernità. Ho pianto la sua storia e la mia, persone così lontane e diverse, ma entrambe paracadutate nella società degli individui, della produzione e del progresso. Corridori di una scalata che – come spiega bene Massimo Fini – non ha lo striscione di arrivo.

E’ così dall’ invenzione in Europa della spoletta volante, dei telai che hanno dato origine alla rivoluzione industriale. Da allora non si produce più per l’uso, ma per il mercato. E’questo il dio che si è posto al centro dell’ universo, rompendone i suoi cicli ed i suoi vincoli. Non siamo più parte del mondo, ma individui,  produttori e consumatori, nella migliore delle ipotesi con qualche diritto e qualche euro in più nella busta paga (magari per comprare a cento euro quel paio di jeans – griffato – pagato all’ origine meno di cinque).  

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