Solo Argo può salvare l’ Ulisse moderno Martedì 25 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: Argo, cani, decadenza della modernità, libri, novità editoriali, Ulisse
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Ho visto la fierezza di un capo branco e la forza vitale di un essere libero, uno schiaffo alla mia delicata natura di uomo incivilito. Grazie ad un amico ed alla sua ora di ritardo all’ uscita di Contursi della Salerno-Reggio Calabria. E’ lì che avremmo dovuto incontrarci alle 11 per andare a pranzo in un agriturismo della zona. Invece, per più di un’ora l’ ho atteso, osservando un branco di cani randagi distesi sull’ erba di uno spartitraffico. A capeggiarli era un pastore tedesco di quattro-cinque anni con un collare verde che sembrava il segno esteriore della sua superiorità, il grado dorato di un comandante alla guida dei suoi uomini.
Per qualche minuto ho pensato al profondo tradimento patito da quell’ animale certamente abbandonato (magari per una settimana di vacanza in qualche villaggio turistico con tanto di animatore), ho provato sdegno per il vilipendio del patto cane-uomo (l’unico rapporto etico esistente in natura, quello per il quale si smosso il poeta cieco dell’antichità), ed ho patito per lui gli stenti della vita randagia. Poi la fierezza del suo modo di fare, non solo mi ha rincuorato, ma mi ha dato una lezione di vita, come non ne ricevevo da tempo.
Nei muscoli, nello sguardo e nelle movenze di quell’animale ho ritrovato un’unità tra corpo e spirito che da tempo ha abbandonato l’umanità. Quel cane ed i suoi compagni di vita erano dei Bronzi di Riace viventi. Ho ripensato al mio professore di filosofia di primo liceo classico che, a proposito delle due statue ritrovate al largo della cittadina calabra, parlava di unità tra fisicità ed eticità. Per dirla in prole povere: i bronzi di Riace rappresentano uomini belli e buoni. Di più: in quelle forme di bronzo non c’è la banale coesistenza tra qualità fisiche e morali, né tanto meno corpo e spirito si fondono soltanto. Fisico e spirito sono la stessa cosa. Un concetto arduo per noi uomini moderni per i quali l’anima ha abbandonato il corpo o al massimo è condannata ad una vita autonoma in una non meglio specificata trascendenza.
Invece l’anima è il corpo, il suo alito vitale, il suo essere tutt’uno con la natura. Quel cane era lì a ricordarmelo ed a sbeffeggiare la mia condizione incivilita e perversa che riesce a concepire il poeta gobbo e l’ atleta stupido. Figure di decadenza in un mondo contemporaneo decaduto.
A metà della mia attesa è scoppiato un vero e proprio nubifragio. Alle prime avvisaglie di acqua a catinelle, il fiero capo branco ha guidato la sua muta verso il riparo di un cavalcavia, senza farsi prendere da alcuna agitazione. Sotto i colpi degli elementi il branco procedeva fiero, un vero proprio schiaffo a me ed alla mia famiglia, goffamente corsa i macchina per paura di un raffreddore o di danneggiare i nostri bei vestiti da scampagnanti del lunedì di pasquetta.
Non c’è da dire: Argo è sempre lo stesso, è Ulisse a non avere più le palle per andare incontro ai flutti del mare e dell’esistenza.
Il mio Tibet Martedì 18 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: cane, libro, maurizio landi, novità editoriali, romanzo, Tibet, volo a vela
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Confesso: conosco molto poco del Tibet, ma non così poco da non poter provare profonda simpatia per quel paese e la sua gente. Una vicinanza antica, fatta più di impressioni che di conoscenze razionali: una simpatia, appunto.
Le drammatiche e scarne immagini che denunciano la repressione, la caccia al monaco e la violenza che si stanno consumando in questi giorni non solo hanno amplificato il mio sentimento e suscitato il mio sdegno, ma – cosa più importante – mi hanno riflesso amare considerazioni sul nostro tempo.
E’ questione di abiti e, è il caso di dirlo, di monaci.
Come è consueto, repressi e reperessori vestono abito diversi: tuniche arancione i primi e tute mimetiche bluastre i secondi. Le prime – pur nella scarsa definizione delle immagini riprese in buona parte dai telefonini – sembrano scintillare i vitalità. Una vitalità dimessa, monastica, antica. Le seconde evocano efficienza e modernità. La Cina è un paese che rincorre l’ occidente ed il suo mito del progresso, ed anche le divise dei suoi poliziotti non possono non essere del tutto simili a quelle di un ipertecnologico marine.
Sarà una banale questione di abiti, ma mi sembra una metafora ben calzante della realtà, dell’ andazzo contemporaneo che sacrifica colori e tradizioni in nome della efficienza e della omologazione della società industriale e consumistica (proprio quello che la Cina è diventata).
Tutto questo mi ricorda la mia esperienza in Kosovo a cavallo della cosiddetta guerra umanitaria messa in piedi dall’ occidente (industriale e consumista).
La prima volta che sono arrivato in quel paese arretrato ed agricolo –poco prima della mobilitazione militare -, ho provato grande curiosità per due oggetti che facevano parte della quotidianità della gente kosovara. Si trattava di un copricapo e di un macinino per caffè. Il primo era una specie di zuccotto di lana cotta bianca che tutti, proprio tutti, gli anziani indossavano. Il secondo era un macinino di ottone che in qualche modo mi ricordava un minareto stilizzato, usato in tutte le famiglie per preparare un caffè alla turca del quale mi è rimasto ancora in bocca il senso farinoso della sua posa.
Io ero lì come giornalista, ma alla fine della mia missione non ho mancato di portarmi a casa due ricordi del posto: lo zuccotto ed il macinino.
Ho seguito per mesi dall’ Albania le vicende kosovare, la guerra e la “liberazione”, ma per una strana coincidenza ho rimesso piede in Kosovo solo diversi mesi dopo l’ inizio dell’ amministrazione internazionale della regione. Al mio ritorno non ho quasi più trovato traccia dei miei copricapo e dei miei macinini. I mercati, immediatamente invasi di merci occidentali e resi opulenti dall’ immensa quantità di danaro riversato dalle organizzazioni internazionali, dai governi e dalla malavita organizzata, erano diventati tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo conosciuto. Era estate, e prodotto assolutamente best seller erano i condizionatori. Per il caffè imperversavano le macchine a pressione (quelle simil-bar, per intenderci) e in quanto ai copricapo di lana cotta, erano spariti e non per colpa della calura estiva. Il Kosvo scimmiottava con la sua fatua ricchezza (in realtà è rimasto un posto poverissimo) il mondo industriale e consumista, a partire dal modo di fare il caffè.
In quello sradicamento delle tradizioni ho sentito la stessa violenza che oggi intuisco nelle immagini che vengono dal Tibet. Al di là della politica, negli sfollagente della polizia cinese ci ritrovo tanta della mania modernizzatrice, omologante e consumistica dell’ occidente (se vogliamo la stessa che promuove e si promuove nella scintillante vetrina delle Olimpiadi). E’ questione di abiti. Per formazione non ho antipatia ideologica per le divise militari (sono ex allievo della scuola Militare “Nunziatella”), ma fino quando non finirà il massacro tibetano voglio indossare qualcosa di arancione. Sarà la mia tonaca. Il mio cercare di preservare il senso dell’ appartenenze a delle tradizioni. Non sono tibetano, ma le mie radici amputate dalla modernità fanno male, come i colpi di sfollagente.
Sono un pollo di batteria, non un pescatore Domenica 16 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: ambiente, cani, libri, maurizio landi, novità letterarie, tecnologia
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Oggi sono andato a pesca. Una parentesi di riposo in compagnia del cane dopo le fatiche della presentazione del mio romanzo. Quattro ore sul fiume Tanagro armato di canna, coda di topo e mosche artificiali.
Mentre io frustavo l’ acqua, tentando di migliorare la mia tecnica di lancio (sono assolutamente neofita di questo tipo di pesca), il mio cane scorrazzava lungo la sponda, intento a godersi il sole e l’ aria quasi primaverile. La battuta si è risolta in un capotto totale, con una sola abbocccata, persa dopo pochi secondi di combattimento.Merito, o colpa, degli ami no kill senza ardiglione e della mia inesperienza. Complimenti alla trota!
Anche il mio cane ha tentato di cacciare qualche piccola preda, ma io, in onore della filosofia no kill, l’ho fermato un paio di volte prima che la sua bocca colpisse nel segno.
Certo, il cane ed io ci siamo potuti permettere questo lusso grazie all’ immenso benessere del mondo moderno, e al fatto che nella divisione sociale del lavoro c’è qualcuno che caccia e pesca sul serio al posto nostro. In altre epoche, l’ istinto di predatore del cane e la mia abilità di pesca sarebbero state le uniche possibilità a noi offerte dalla natura per non morire di fame.
E proprio in questo ho trovato, se vogliamo, la contraddizione della mia scelta di liberare i pesci che eventualmente catturo. Una scelta ambientalista, certo, ma l’ ambientalismo serve e si giustifica nel momento in cui si è perso l’ ambiente. Limite di tutti gli “ismi”, ma soprattutto frutto di un mondo moderno che ha talmente alterato gli equilibri di natura da rendere necessario, eticamente corretto ed anche auspicabile un comportamento stupido, quale quello di pescare e ributtare le catture in fiume.
La devastante produttività del mondo moderno permette a me di essere così “non violento” nei confronti di un altro animale ed addirittura mi permette di imporre la mia non violenza al mio povero cane, che d’ istinto è un predatore.
In realtà, i meccanismi che ci permettono di avere ogni giorno cibi in quantità e varietà impressionanti sono immensamente più violenti delle catture che, cane e padrone, avremmo potuto fare oggi. Violenza sull’ ambiente, sui suoi meccanismi e sui suoi abitanti, uomo compreso. La nostra capacità di produrre sta svuotando il pianeta e quello che è peggio è che è una produzione fine a se stessa e non finalizzata all’ uso. Si produce per mantenere in piedi l’apparato produttivo, come in una giostra autoreferenziale. In questo inseguimento della produzione consumistica siamo, noi uomini, diventati automi, completamente avulsi dallo stesso amiente che stiamo distruggendo. La modernità ci ha ridotti a polli di batteria e nella mia pratica non kill, in fondo, non c’è null’ altro che il comportamento masturbatorio dell’ animale in cattività.
La modernità mi ha tolto tutto, compresa la mia natura di pescatore. Un pescatore pesca e non libera in acqua (altrimenti diventerebbe un pescatore morto), il pescatore rientra in un equilibrio complessivo che consente a lui di sopravvivere (o morire di fame se non è sufficientemente bravo) e ad un numero sufficiente di sue potenziali prede di sopravvivere alle sue astuzie per riprodursi e tirare avanti la specie. Tutto questo si è rotto, molto prima che io decidessi di andare a pesca questa mattina. Abbiamo devastato l’ ambiente e noi stessi. Ed il mio stupido comportamento – per giunta imposto anche al cane – è solo l’inutile agitarsi di un naufrago perso nei gorghi del più dissennato dei sistemi di produzione.
Il mio libro è uscito e mi ha lasciato solo a casa Giovedì 13 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: cani, filosofia, giornalismo, libro, nuovo autore, volo a vela
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E’uscito il mio primo romanzo e ieri, in anteprima , l’ ho presentato a Milano. Una bella serata a Spazio Tadini che per me è stata come se fosse il ballo d’ingresso in società di mia figlia. Appena terminata la presentazione – una piacevole chiacchierata sul libro, sulla tecnologia, sul mestiere del giornalista e sull’arte del vivere portata avanti con i miei passati direttori Giorgio Rivieccio e Giancarlo Santalmassi – ho avuto chiara la sensazione che il mio “Il cane e l’arte del volo a vela” vive, ormai, una sua vita autonoma.
Nel corso della serata saranno state vendute poche decine di copie e ad ogni acquirente sarà capitato di sfogliare poche pagine. Frammenti di un pubblico potenziale e di una lettura integrale che, però, non hanno mancato di riflettermi le prime impressioni dei lettori. E proprio in questo ho percepito la acquistata autonomia di quanto ho prodotto.
Nei commenti, nelle riflessioni, nelle emozioni che mi sono stati comunicati ho visto chiaramente che il testo ha incominciato ad adattarsi ai singoli lettori, abbandonando ineluttabilmente quella che fino ad ieri era stata la sua unica chiave di lettura: quella immaginata, cercata e creduta dal suo autore, cioè me.
Fino ad ieri quel testo aveva avuto un unico ritmo di lettura (il mio), un’unica voce (la mia), un unico mondo di riferimento (io mio), ma sono bastati pochi minuti delle curiosità altrui per dare la stura ad un turbine di nuove sensazioni, diverse e per me impreviste ed inedite.
Il mio libro non ha più un autore, ma dei lettori. E’ uscito da casa mia per andare da solo in giro per il mondo. Ha un bel vestito ed è stato tirato su bene. Quella di ieri è stata una bella festa. Ma alla fine della serata sono stato io a ritornare da solo a casa.
Auguri al mio libro ed al bel cane che porta in copertina.
Grazie a Giorgio e Giancarlo per le loro parole ed al nostro comune amico Francesco Tadini per l’ ospitalità. Lo faccio anche per il libro, che non ha avuto neanche il tempo di ringraziare. Per pochi o tanti che saranno aveva i suoi lettori da raggiungere.
Il giornalismo è morto, o perlomeno gode di pessima salute. Sabato 8 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: campagna, cane, costruzione, filosofia, giornalismo, libri, volo a vela
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Ieri ho letto un’intervista ad un mio ex direttore che da qualche anno fa l’ autore di ameni programmi televisivi di grande successo. E’ passato dall’informazione al “Grande Fratello” e qualcuno gli imputava la cosa come una colpa. Con grande lucidità, sua dote indiscutibile, il mio ex direttore confutava l’accusa. Il suo ragionamento, più o meno, era: l’ informazione non esiste più, esiste la comunicazione. Esiste il flusso indefinito di immagini e di dati che avvolge il mondo, ed in questa giostra l’ unico messaggio che passa è quello dello spot, per definizione superficiale e non analitico. Se questo è il mondo, piuttosto che ripetersi nella liturgia ormai priva di senso di un giornalismo che sempre più riflette acriticamente i comunicati stampa, tanto vale darsi alle scatole di Bonolis ed alla traduzione italiana dei format stranieri. D’altra parte, i comunicati sono redatti dai consigli di amministrazione delle aziende e dai gruppi di potere, gli stessi che di solito investono in spot. E, allora, tanto vale accontentarli in forma esplicita, si guadagna in correttezza e dignità.
Non so se condividere l’abdicazione, ma il ragionamento non fa una piega. Da quando ho iniziato questo mestiere, che al di là di tutto ha molto nobilitato e mobilitato la mia esistenza, le cose sono profondamente cambiate. Io ho assistito agli ultimi giorni nei quali era possibile andare a caccia di notizie. Le agenzie di stampa erano un lusso dei grandi giornali ed il sottoscritto, baldanzoso apprendista in cronaca locale, le notizie le doveva cercare. I comunicati ed i fax esistevano, certo, ma esisteva ancora un minimo di rapporto diretto e presonale con le fonti. Oggi che anche il più sgangherato consigliere comunale di paese e l’ultima associazione bocciofila hanno il loro ufficio stampa, o perlomeno la possibilità di gestire un sito web ed inviare migliaia di mail in un secondo, che bisogno c’è di avere rapporti diretti? Oggi che anche la meno tecnologica delle casalinghe ha la possibilità di filmare e mettere su You Tube le immagini dell’ incidente stradale capitato sotto il suo balcone o che milioni di blog dissertano sugli argomenti più impensati, che senso ha andare in giro per il mondo a vedere e raccontare cosa succede?
Per troppi anni ci siamo limitati a riflettere quanto le agenzie di stampa ci mandavano, approfittando del nostro monopolio del fax e del telefono. Ed oggi che la diffusione della rete rompe il nostro privilegio tecnologico, rendendo tutti, ma proprio tutti, capaci di produrre e diffondere informazioni, il nostro mestiere rischia di diventare superfluo, o, peggio, pura tappezzeria. Certo, tra i nostri compiti professionali non c’èra il solo diffondere informazioni, ma – oserei dire soprattutto - anche verificarle ed analizzarle sulla scorta della nostra coscienza e cultura. Purtroppo, verifica ed analisi sono diventati sempre più optional nel nostro lavoro quotidiano, per nostra pigrizia, per carenza di tempo, e per felice volontà degli editori che nel copia ed incolla – tra l’ altro reso sempre più comodo dal computer – hanno trovato il modo migliore e più economico per riempire pagine (o minuti) da imbottire di pubblicità.
E così, nell’epoca della rete, in nostro mestiere rischia di scomparire. A meno di non riscoprire il travaglio usato della verifica e dell’ analisi. In un flusso indefinito di comunicazioni e di comunicatori c’è, forse, ancora più bisogno di chi verifica ed analizza le notizie. In un mondo nel quale tutti comunicano con tutti, per noi altri l’ unica possibilità di sopravvivenza è fare informazione. Senza abdicare.
Paura e considerazioni Giovedì 6 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: cane, filosofia, libri, natura, volo
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La settimana prossima esce il mio primo romanzo. Mercoledì,12 marzo, a Milano ho una presentazione in anteprima (Spazio Tadini via Jommelli, 24, ore 21). L’ idea del pubblico e di leggere qualche pezzetto del mio “Il cane e l’arte del volo a vela” mi mette i crampi allo stomaco. Ho una paura bruta. Eppure, in vent’anni di mestiere, tra giornali, radio e televisione, ho parlato a milioni di persone. Certo, tra microfoni, telecamere e rotative di stampa, c’era sempre di mezzo qualche pezzo di ferro, ma non è il fatto di trovarmi la gente di fronte a mettermi agitazione.
Mercoledì gioco fuori casa, e non nel senso di trovarmi a Milano e non a Salerno dove abitualmente vivo. Mercoledì sarò un esordiente, anche se da poche settimane mi hanno diagnosticato un principio di presbiopia. Per la prima volta non racconto fatti che accadono, ma una storia. Una storia che ho potuto guidare io nel suo svolgersi, nei suoi intrecci, delle sue atmosfere. Una storia di un centocinquanta pagine che solo a volerla pesare a volume è cento volte più lunga di un articolo, mille volte più complessa delle dieci righe di un pezzo per il TG. E’ questo che mi fa tremare lo stomaco.
Di cosa racconto? E’ la storia di un tizio che si rintana in un frantoio in compagnia di un cane per restaurare un aliante. Detta così sembra una cosa surreale. In realtà non mi va di fare un riassunto di quarta copertina. Chi è interessato all’ articolo clicchi sul tasto “il mio romanzo” e troverà la classica sinossi del libro. Non voglio parlare della storia, semmai del contorno, dell’ atmosfera. Per strano che possa sembrare, in uno che si rintana in un frantoio in compagnia di un cane per restaurare un aliante si ritrovano tutte le coordinate per definire il genere umano. Per quanto evoluti, animali siamo, come i cani. Ma siamo gli unici – tra gli animali – a costruire macchine, e fino a prova contraria un aliante è una macchina. In quanto al frantoio, uomini e animali vivono dei frutti della terra, ma solo i primi, e qualche scimmia particolarmente evoluta, li trasformano. Ed il frantoio serve proprio a trasformare quei frutti della terra che si chiamano olive.
Tutto questo per dire che nel mio romanzo ho voluto riflettere su me e sui miei simili. Sarà stato un effetto dell’incipiente presbiopia, ma avevo bisogno di un po’ i considerazioni. Di riflette sul nostro nascere, sul nostro trasformare il mondo e sul nostro ineluttabile morire. Per carità nessuna filosofia e, sinceramente, credo anche che la mia storia sia di piacevole lettura. I filosofi sono banditi in un mondo moderno nel quale la forma ultima di conoscenza è la pubblicità. Sono solo considerazioni, le mie. Ovviamente, di nessuna attualità.