Il mio Tibet Martedì 18 Marzo, 2008
Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.Tags: cane, libro, maurizio landi, novità editoriali, romanzo, Tibet, volo a vela
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Confesso: conosco molto poco del Tibet, ma non così poco da non poter provare profonda simpatia per quel paese e la sua gente. Una vicinanza antica, fatta più di impressioni che di conoscenze razionali: una simpatia, appunto.
Le drammatiche e scarne immagini che denunciano la repressione, la caccia al monaco e la violenza che si stanno consumando in questi giorni non solo hanno amplificato il mio sentimento e suscitato il mio sdegno, ma – cosa più importante – mi hanno riflesso amare considerazioni sul nostro tempo.
E’ questione di abiti e, è il caso di dirlo, di monaci.
Come è consueto, repressi e reperessori vestono abito diversi: tuniche arancione i primi e tute mimetiche bluastre i secondi. Le prime – pur nella scarsa definizione delle immagini riprese in buona parte dai telefonini – sembrano scintillare i vitalità. Una vitalità dimessa, monastica, antica. Le seconde evocano efficienza e modernità. La Cina è un paese che rincorre l’ occidente ed il suo mito del progresso, ed anche le divise dei suoi poliziotti non possono non essere del tutto simili a quelle di un ipertecnologico marine.
Sarà una banale questione di abiti, ma mi sembra una metafora ben calzante della realtà, dell’ andazzo contemporaneo che sacrifica colori e tradizioni in nome della efficienza e della omologazione della società industriale e consumistica (proprio quello che la Cina è diventata).
Tutto questo mi ricorda la mia esperienza in Kosovo a cavallo della cosiddetta guerra umanitaria messa in piedi dall’ occidente (industriale e consumista).
La prima volta che sono arrivato in quel paese arretrato ed agricolo –poco prima della mobilitazione militare -, ho provato grande curiosità per due oggetti che facevano parte della quotidianità della gente kosovara. Si trattava di un copricapo e di un macinino per caffè. Il primo era una specie di zuccotto di lana cotta bianca che tutti, proprio tutti, gli anziani indossavano. Il secondo era un macinino di ottone che in qualche modo mi ricordava un minareto stilizzato, usato in tutte le famiglie per preparare un caffè alla turca del quale mi è rimasto ancora in bocca il senso farinoso della sua posa.
Io ero lì come giornalista, ma alla fine della mia missione non ho mancato di portarmi a casa due ricordi del posto: lo zuccotto ed il macinino.
Ho seguito per mesi dall’ Albania le vicende kosovare, la guerra e la “liberazione”, ma per una strana coincidenza ho rimesso piede in Kosovo solo diversi mesi dopo l’ inizio dell’ amministrazione internazionale della regione. Al mio ritorno non ho quasi più trovato traccia dei miei copricapo e dei miei macinini. I mercati, immediatamente invasi di merci occidentali e resi opulenti dall’ immensa quantità di danaro riversato dalle organizzazioni internazionali, dai governi e dalla malavita organizzata, erano diventati tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo conosciuto. Era estate, e prodotto assolutamente best seller erano i condizionatori. Per il caffè imperversavano le macchine a pressione (quelle simil-bar, per intenderci) e in quanto ai copricapo di lana cotta, erano spariti e non per colpa della calura estiva. Il Kosvo scimmiottava con la sua fatua ricchezza (in realtà è rimasto un posto poverissimo) il mondo industriale e consumista, a partire dal modo di fare il caffè.
In quello sradicamento delle tradizioni ho sentito la stessa violenza che oggi intuisco nelle immagini che vengono dal Tibet. Al di là della politica, negli sfollagente della polizia cinese ci ritrovo tanta della mania modernizzatrice, omologante e consumistica dell’ occidente (se vogliamo la stessa che promuove e si promuove nella scintillante vetrina delle Olimpiadi). E’ questione di abiti. Per formazione non ho antipatia ideologica per le divise militari (sono ex allievo della scuola Militare “Nunziatella”), ma fino quando non finirà il massacro tibetano voglio indossare qualcosa di arancione. Sarà la mia tonaca. Il mio cercare di preservare il senso dell’ appartenenze a delle tradizioni. Non sono tibetano, ma le mie radici amputate dalla modernità fanno male, come i colpi di sfollagente.
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