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Il pericolo è il nostro mestiere Giovedì 17 Aprile, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Oggi mi iscrivo ad un corso di micologia e, pregustando le lunghe passeggiate in cerca di funghi col mio cane, non vedo l’ora di incominciare. Ma al di là del cane, c’è qualcosa che mi attira nell’imparare a riconoscere quegli strani e pericolosi figli del bosco. E’ il fatto di misurarmi con qualcosa di potenzialmente letale, e non perché sia un aspirante suicida.

Una volta, prima che i nostri simili imparassero a coltivare, il nostro fiuto non aveva nulla da invidiare a quello di un cane. Era un fatto di necessità: a fiuto si poteva tentare di discernere le cose commestibili da quelle velenose. Poi, imparate le tecniche di coltura, quell’attitudine è diventata marginale ed il senso dell’ olfatto si è ridimensionato. Non che voglia riconoscere i funghi a naso, ma l’idea di affidare alle mie conoscenze una pratica che può ritorcersi contro me stesso mi dà una botta di vitalità ancestrale.

Signori cari, volete mettere il gusto, in piena era dei supermercati dove il procurarsi il cibo è un mero fatto mercantile, di andare in cerca di cosa mettere sotto i denti, correndone i relativi rischi. E’ come per un leone in gabbia ritornare a sgozzare le gazzelle. E non tacciate di crudeltà questa mia similitudine. Certo, il colpo mortale del re della savana è impietoso, ma è legittimato dall’altrettanto impietosa velocità della gazzella. Non c’è nulla di gratuito in quei comportamenti, ma solo l’ ineluttabile sottomissione alla norma che regge la natura: mangiare ed essere mangiati.

Capisco che in un mondo dominato dalle diete si sia persa la radice etica del verbo mangiare, ma è proprio quella che voglio recuperare. Un verbo che ha a che fare con la sopravvivenza e che sottende il pericolo di morte. I funghi sono pericolosi, come la savana ed il mare aperto. Altro che il banco della verdura lavata ed impacchettata, troppo simile alla sicurezza di una gabbia o di un acquario.      

La macchina del tempo Martedì 15 Aprile, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Oggi ho visto un vecchio orologiaio alle prese, lente nell’ occhio destro, col movimento di un Perseo a carica manuale del 1965. L’uomo aveva quasi una novantina d’anni, ma con piglio ha avuto la meglio di quel meccanismo fermo da troppo tempo.

Ho sempre provato un grande fascino per i banchi degli orologiai, per quegli ingranaggi infinitesimali smontati e messi  riparo dalla polvere e dagli smarrimenti accidentali sotto piccolissime campane di vetro. Ho sempre provato invidia per chi riesce a districare la logica di quei meccanismi e ne controlla con precisione assoluta i movimenti ed il battito, quasi fosse l’architetto di un cuore tecnologico in grado di riprodurre, a modo suo, una vitalità.

Forse la vista di quel vecchio è stata una delle immagini più belle colte nel corso della mia esistenza. Mi sembrava quasi una figura mitologica.

L’uomo che controlla il tempo non può che essere un vecchio. Un giovane per natura è portato a disprezzare il tempo, a non averne cura. Non solo ne ha tanto a disposizione, ma soprattutto non può coglierne la sua essenza circolare, proteso com’è ad affermare la propria personalità. A vent’anni il proprio tempo non può che essere una lancia, tesa e veloce nel cogliere il bersaglio. Un tempo lineare che va verso qualcosa. E’ alla mia età che s’intuisce la circolarità del tempo. Da poco ho scoperto la mortalità dei miei genitori e la irrefrenabile vitalità di mia figlia. Se volete sono nel punto mediano dell’arco di un pendolo, un luogo equidistante dall’ inizio dell’ oscillazione e dall’ istante in cui per un momento impercettibile la sua massa si fermerà, per dare inizio ad una nuova oscillazione.

E’ da questo punto che s’intuisce qualcosa di difficilmente comunicabile che segna il passaggio da un’idea del tempo lineare ad una, ben più concreta e reale,  di tempo circolare.  Le mete dei miei vent’anni – raggiunte o non raggiunte che siano, conta davvero poco – mi appaiono per quello che sono: non punti di arrivo e definiti, ma passaggi di una realtà dove tutto scorre, passa, per poi ineluttabilmente ritornare. Basta guardare il quadrante di un orologio per averne la prova inconfutabile. Al di là degli stili e delle mode, il suo moto è circolare, il passaggio su un punto segna il mezzogiorno e la mezzanotte per poi ritornare nello stesso punto a segnare un nuovo mezzogiorno e così avanti, all’ infinito, oltre la mia età, oltre quella del vecchio orologiaio, oltre l’età ed il tempo di chiunque.  Bisogna avere anni sulle spalle per intuire che si è parte e non protagonisti  di questo meccanismo, ed ancora di più per prendersene cura.   

Socrate al cinema Martedì 1 Aprile, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Ogni tanto bisogna andare dal medico. Non tanto per farsi necessariamente curare da qualcosa, quanto piuttosto per poter beneficiare delle riviste consunte della sala d’attesa. Si tratta, di solito, di settimanali vecchi di almeno un anno, e proprio per questo, assolutamente impedibili. Sono una macchina del tempo, un replay del nostro vissuto recente, che ci consente di scovare qualcosa di sostanziale che ci era sfuggito nel flusso continuo ed indefinito dell’ informazione.

Ieri mi sono imbattuto in un numero di Panorama vecchio di un paio di anni. Meraviglioso: portava in copertina la storia di uno scienziato che aveva formulato la teoria del parassitismo del genere umano. Provando a volgarizzare, la sua tesi era la seguente: gli uomini sono parassiti di un organismo più complesso quale è la terra. Vivono a suo danno, ma la fine ineluttabile di ogni rapporto parassitario  è il deperimento dell’ organismo ospitante con la conseguenza che il parassita deve andare in cerca di un altro organismo da sfruttare. Ammesso che lo trovi.

Un’analisi impietosa del disastro ambientale provocato dall’ uomo, che trova un’implicita conferma della sua fondatezza nel fatto che, da un po’ di tempo, si parla di colonizzazione di altri pianeti. Insomma, svuotato il primo, andiamo in cerca di altri (che si tratti di animali a cui succhiare il sangue o di pianeta cambia poco).

Una cosa che non diceva l’ articolo, ma che appare evidente, è che il rapporto parassitario necessita di un altro. Non si può essere parassiti di se stessi.  Per instaurare il proprio rapporto di sfruttamento a danno della terra l’ uomo deve sentirsi  altro da essa. Noi – ormai da troppo tempo – non siamo più parte del nostro pianeta, ma altro, tanto che fantastichiamo su altri mondi ed altre vite (trascendenti e non extraterrestri – ma forse è lo stesso -), per giunta senza che la cosa venga presa, nel comune buonsenso, come evidente manifestazione di alienazione e di follia.

Ci siamo spogliati del nostro essere tutt’uno con il nostro pianeta, inseguendo il sogno infantile dell’ individualismo. Ricordate Socrate? Si quello del “Conosci te stesso”, messo a morte dalla sua Atene perché reo di aver introdotto nuove divinità. La divinità dell’ individuo in una società dove uno e tutto erano la stressa cosa. Una divinità ovviamente ritenuta pericolosa e colpevole per la polis. Una divinità, come detto, infantile.

E’ l’infante che ha bisogno di conoscere se stesso e, crescendo, di farsi un nome. Ma giunti all’ età matura è necessario spogliarsi lentamente del proprio nome e dell’ io che lo che lo sottende. Dice bene Gaber: la parola io è l’ immagine struggente del Narciso, di colui che specchiando la propria immagine sull’ acqua non conosce il mondo, non è parte, ed è condannato al suo ineluttabile destino mortale.

Sinceramente, non salva dall’errore di Narciso nemmeno l’idea di una sopravvivenza trascendente, sia essa nel regno dei cieli o su questa terra dopo il giudizio universale. Trattasi ancora di narcisismo, magari sofisticato, ma sempre e solo di narcisismo. Nella promessa del regno ultraterreno o delle anime che ritroveranno i propri corpi non c’è altro che l’arguzia logica per salvare l’ individualità, l’ io.

Personalmente, dopo la mia morte, non voglio vite altrove, né riconquistare il mio corpo per l’ eternità. Voglio dissolvermi, voglio che la mia individualità scompaia, che il mio io si mostri per quello che è: un precario ed infantile stratagemma per iniziare a conoscere il mondo. Una volta svelato, nella sua interezza il mondo è tutto e non prende in considerazione gli individui, non li contempla. Sono istanti necessari e sfuggenti del suo divenire.

Socrate – se all’ epoca della polis fosse esistito il cinema – avrebbe preso doppia razione di cicuta: anche per aver scambiato il fotogramma per il film.