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Storie di ciliegie e detenuti Venerdì 13 Giugno, 2008

Posted by Maurizio Landi in Uncategorized.
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Caro lettore,

ritorno al mio blog con ritardo non per disinteressee, ma perchè sono impegnato nellla scrittura del mio secondo romanzo. Sottrarre energia alla scrittura del libro, se pure per offrire un post, mi sembra ingiusto nei confronti della nuova storia che sto preparando e di chi la leggerà. Forse i miei post si diraderanno, ma non è mancanza d’ amore nei tuoi confronti.

 

Il tempo della narrazione e della vita è quanto maggiormente colpisce i lettori del mio romanzo in libreria. Dopo le prime presentazioni e con il diffondersi de “Il cane e l’ arte del volo a vela” incomincio a raccogliere le prime impressioni di coloro che hanno avuto modo di leggere questo mio esordio letterario. In molti mi riferiscono di aver particolarmente gradito il ritmo lento della narrazione. Una sorta di paradosso nel mondo della velocità, tanto che qualcuno (vedi la recensione di Gabriele Bojano sul Il corriere del Mezzogiorno scaricabile nella mia rassegna stampa) ha parlato di libro antistress.

Sono brutale, non è il mio racconto ad essere antistress è il mondo moderno ad essere stressato, ma in un curioso relativismo causa-effetto capisco che la lettura del mio testo possa risultare particolarmente, e mi dicono piacevolmente, rilassante. Quando ho messo mano al foglio bianco mi sono imposto di raccontare dei ritmi della natura, e se il lettore coglie a pelle lo stridio tra il tempo della modernità e quello dei cicli dell’ universo vuol dire che il mio tentativo, bene o male, è riuscito. E ne sono, sinceramente, orgoglioso.

D’altra parte, ho voluto fare di un cane il protagonista silenzioso del mio racconto, proprio perché sono convinto che le amicizie canine difficilmente si lasciano pervertire dal mondo moderno e ci riflettono (e a volte addirittura ci rivendicano) l’essenza biologica ed animale della nostra esistenza. In un mondo che vuole dominare il tempo, rompendo i cicli della natura, illuminando di giorno la notte e fornendoci le ciliegie in pieno inverno, chi ne soffre è la nostra natura più profonda, quella che ci portiamo dentro da centinaia di migliaia di anni, da prima ancora di conquistare la posizione eretta. Non è un caso che la società più veloce e ricca, parlo degli USA, quella che ha il PIL più imponente ed il predominio tecnologico sul mondo, mostra nelle statistiche quasi la metà dei suoi abitanti fare ricorso abituale agli psicofarmaci.

Il mio racconto è un racconto contro il malessere e lo è perché dice di cose banali: un tizio che si impone di coltivare le proprie passioni e, quindi, sé stesso. E coltivare, come tutte le discipline, ha dei tempi dati. Quelle che maturano in inverno, senza aspettare il giugno di ogni anno, non sono ciliegie, ma mostri, per giunta insapori. Il mio protagonista cerca di diventare quello che è, restaurando il suo aliante e  curando il suo cane, e lo fa con gli occhi all’arco che il sole compie nel cielo nel corso dell’ anno.

Nelle nostre moderne città, le prospettive del cielo sono così soffocate dai palazzi che difficilmente riusciamo a renderci conto della semplice presenza del sole, figuriamoci se possiamo valutarne l’ altezza e la posizione rispetto al sud. Guardando il sole per migliaia di anni gli uomini si sono orientati, per navigare, per coltivare e per organizzare le cose da fare nell’ arco del giorno. Erano uomini che avevano una prospettiva di sé e dell’ universo, oltre che paesaggi e distanze da ammirare. La nostra vista, nelle ristrette prospettive delle case, degli uffici, dei tunnel delle metropolitane soffre, come soffre la nostra anima(lità). Uno studio sulla popolazione carceraria dice che la vista dei detenuti deteriora rapidamente ed ineluttabilmente. Occhi fatti per godere del mondo non possono sopravvivere nella costrizione delle celle, degli ambenti chiusi e dell’ illuminazione artificiale. E se le cose stanno così, capisco perché il mio libo è antistress e perché  quasi un americano su due affida alla chimica la propria felicità.